venerdì 13 dicembre 2013

FERMARE IL TEMPO

Ecco un’altra poesia...


Vorrei fermare il tempo,
soltanto un attimo 
per dirti che l'amore
può fermare il tempo.

Così, silenziosamente,
restare sospesi tra
sussulti incerti e battiti
leggeri del cuore.

Il tempo, però, non si
ferma come se fosse 
un pendolo, appeso
a un muro, senza carica.

Vorrei fermare il tempo,
ma soltanto i tuoi  baci
hanno questa capacità
di fermare il tempo.

Daniele Gogliettino

domenica 15 settembre 2013

POESIA

Una poesia scritta così di getto questa sera, senza neanche rileggerla la pubblico.


Due occhi neri
nella notte
mi fissano
nel chiarore
d’una luce
tenue
che illumina
un viso
poco prima
nascosto
nel ombra.

È l’ombra
dei giorni
passati:
del ricordo
di un mare
in tempesta,
del cielo terso
in agosto,
del sapore
amaro
del sale.

Il ricordo
di un amore
che veglia
sul buio
della notte,
che penetrare
le nebbia
di un tempo,
così vivo
che ancora
sanguina.

Amore
perso,
amore
amato,
amore
che chiede
di essere
riamato,
ma che forse
non si è mai
fermato.

Che brucia
qui,
in questa
stanza,
e che non
smette
di trasformare
questa cenere
nera
in ciò che sento:
poesia.

Daniele Gogliettino

sabato 20 luglio 2013

TEORIE

Ecco un post sui limiti che ci imponiamo nella nostra vita…

Si dice una grande cosa sull'essere umano: che è l’unico capace di superare i propri limiti. Così è avvenuto sin dall'inizio della nostra storia, quando il primo uomo, per mero spirito di sopravvivenza, imparò a conservare il fuoco, forse sprigionato dalla caduta di un fulmine o forse da un’eruzione vulcanica. Imparò a costruire utensili, pietre sempre più affilate in grado di trasformarlo in cacciatore. Col progredire della tecnologia incominciò a uscire dai rifugi naturali per costruirsi dimore in legno o pietra. Allo stesso modo, dal disegno sui muri delle grotte inventò la scrittura, l’arma più potente a sua disposizione. Da quel giorno scomparve il rischio che il sapere potesse andare perso, anzi ebbe inizio un incremento esponenziale della conoscenza.

Purtroppo per i sentimenti non si è avuta la stessa incredibile evoluzione. Già 30mila anni fa l’uomo pensava che la morte non fosse la fine dell’esistenza e imparò a seppellire i propri cari, molti dei quali sono stati rinvenuti girati su un fianco, quasi fossero pronti a ridestarsi e alzarsi nuovamente, altri rannicchiati come bambini nel ventre materno. Era chiaro che per sopravvivere ogni essere umano era imprescindibilmente legato all'altro, aveva un necessario bisogno del compagno. In fondo che cos'è l’amore se non mettere il bene dell’altro al primo posto, capendo che solo prendendosi cura di chi ci stava affianco era possibile cacciare senza paura di essere sopraffatti, unire le forze per costruire rifugi più sicura, specializzarsi nei diversi lavori per far progredire l’intera collettività.

All'uomo preistorico questo concetto era molto chiaro: una disattenzione poteva portare addirittura alla morte. Ai giorni nostri, purtroppo, si è persa questa incombente necessità di legarsi, anzi l’idea di molti è quella che per essere veramente felici dobbiamo innanzitutto amare noi stessi, stare bene con noi stessi, comprendere i nostri limiti e superare le nostre paure, e solo allora possiamo relazionarci col mondo. Può sembrare una domanda banale ma se l’amore, per essere vero, ha bisogno dell’altro, se l’amore è l’unico sentimento che si esterna completamente verso l’altro, cosa significa allora amare per primi se stessi? L’amore si dona, ma un regalo fatto a se stessi ha lo stesso valore di un altro ricevuto spontaneamente?

Passando dalla storia antica a quella contemporanea, nella moderna biologia si tende a individuare la nascita della prima forma di vita circa 2,7 miliardi di anni fa, quando semplici atomi “non viventi” si unirono in molecole più complesse, dando origine a reazioni fino ad allora sconosciute: la vita. Dalla metà degli anni Sessanta, inoltre, nella fisica si è cercato di definire e sperimentare quella che oggi viene chiamata la “particella di Dio” - il nome scientifico è “bosone di Higgs” -, cioè quella particella portatrice di una determinata forza capace di conferire massa alle altre particelle elementari presenti nell'universo  Questa particella, oggi confermata solo da studi incompleti, offre un fondamento di consistenza alla teoria dell’universo attualmente in voga.


Ascoltando un’intervista fatta a Margherita Hack, la famosa astrofisica morta circa un mese fa, la scienziata ha sempre negato la figura di un dio che possa aver agito o agisca tutt'oggi nell'universo  Per lei: dio è “un’invenzione dell’uomo per spiegare tutto quello che la scienza non sa ancora spiegare e che forse non riuscirà mai a spiegare”. Per me, invece, se esiste un dio, è quella scelta iniziale di dare un’energia esterna a quella zuppa di particelle elementari ad altissima temperatura e densità che si trovava all'origine dell’universo; è quel bisbiglio che ha sussurrato ai primi due atomi di unirsi in molecola, facendo nascere la vita sulla Terra; è quel progetto che ha guidato la natura fino alla comparsa dell'uomo, conferendogli la consapevolezza della sua esistenza.

La scienza, in fin dei conti, non è in grado di dare una spiegazione alla sfera affettiva: il bene e il male, l’amore e l’odio sono prerogative unicamente umane, che non trovano un riscontro nella natura né possono essere indagate e verificate con l’attendibilità di determinati esperimenti. Se, però, la scienza è mossa da una logica razionale, la stessa giustificazione può sfuggire quando parliamo dei sentimenti. Oggi, l’individualismo moderno ha porta a considerare queste emozioni come conquiste personali, come esigenze del proprio io, perdendo così di vista la loro “costruttività” e la loro valenza sociale. L’amore, di conseguenza, non può essere più il motore di questa “costruttività”. Viene meno il legame verso l'altro, che non era soltanto un vincolo di mera sopravvivenza, ma forse quel residuo originario dell’universo, delle sue leggi che univano e favorivano la vita.

L’amore, se da una parte si configura come un assoluto, non può sussistere da solo, ed è questo, secondo me, il peccato originale, quel paradigma che fonda il mistero dell'esistenza. L’amore ha bisogno di rivalutare l'altro per sussistere, di rispettarlo e di dargli fiducia nonostante tutto. L’amore è quel progetto di vita insieme, quella “costruttività” che ci rende noi stessi prima ancora di aver scelto la mèta del nostro cammino. L’amore è una scelta, è la scelta più libera che l’uomo possa compiere. Seguire questa scelta significa essere in grado di amare veramente le persone che sono al nostro fianco, andando oltre gli interessi personali. Forse l’universo è nato proprio per amore, perché quel dio che guardava il creato un giorno ebbe paura del peso insostenibile di un'eterna solitudine!

Il nostro io sarà sempre imperfetto. Voler amare se stessi, senza la presenza dell’altro, è come rinchiudersi in un labirinto di desideri e sentimenti irrisolti, affannandosi a trovare una via d’uscita. Alla fine, dopo aver girato molto, potremo solo credere che quella è la nostra realtà. E la vita si rattristerà, avendo paura che gli altri possano diventare i prevaricatori delle nostre esigenze. Si può amare se stessi soltanto attraverso gli occhi di chi ci ama, questo ho imparato: l’amore è quella scelta di libertà dal proprio io, che liberamente sceglie ogni giorno di riconfermare quella scelta, senza pretesa alcuna.

sabato 6 luglio 2013

SOGNO

Ecco un'altra poesia, la seconda presente in questo blog. Forse i versi non sono il mio forte, ma la pubblico ugualmente in quanto rappresenta emozioni vissute. Buona lettura!


Stanotte ti ho incontrata
proprio lì dove i sogni
incontrano i desideri,
dove la sponda desolata
della tua lontananza
abbraccia i miei ricordi.

Eri vestita di scuro
come ombra screziata
del tempo trascorso;
col viso pallido, eri lì,
immobile, dinanzi a me
assente nei pensieri.

Avevi gambe nude e
piedi sulla sabbia
ma non vi erano orme,
perché le onde del mare,
con sussulti confusi,
avevano cancellato le tracce.

Mi dicesti, allora, che ogni
lacrima, ogni bacio, ogni
abbraccio non sarebbero 
andati perduti, eppure
nulla resta del tempo felice,
così dissolto nel vento.

Daniele Gogliettino

giovedì 4 luglio 2013

FUGACE OMBRA

Ecco un post sul senso di un amore che sembra svanire.

Ti ho sempre amato con sincerità e rispetto, con sacralità come si adora una divinità. Ho pregato per esso nelle notti quando la luna era un piccolo spicchio nel cielo, quando eri lontana e sola nella tua stanza. Ho combattuto nel tentativo di tenerlo vivo, acceso come un soffio possente su una scintilla di fuoco, nella speranza di farlo divampare più forte di prima. Ho cercato nella tua anima qualunque cosa potesse renderti felice, potesse renderti fiera, senza avvicinarmi eccessivamente per non invadere i tuoi spazi. Ho sopportato sguardi e respiri che non parlavano di noi, menzogne leggere che come foglie ingiallite scorrevano silenziose sull'acqua di un ruscello. Attendevo il trascorrere del tempo per parlarti ancora di noi, dall'alto di una vita insieme, ma voltandomi indietro ho visto solo lo squallore di un cuore che lentamente diventava di pietra.

Hanno detto che ci vuole coraggio nel lasciare andare una persona, ma io credo che il coraggio stia nel continuare ad amare quella persona, rischiando il proprio e l’altrui futuro, anche quando ci sembra che quel sentimento stia svanendo. Perché il senso razionale si perde nell'infinito spazio che il vuoto lascia dentro di noi; perché solo sfidando la logica incoerente dei nostri desideri, l’amore può tornare a battere più forte; perché l'essenza dell'amore è proprio nel credere in se stessa anche quando il resto ci parla di altro. La parola coraggio deriva, appunto, dal latino “cor habeo”, cioè “ho cuore”. Come sì può, allora, avere cuore quando si lascia morire un amore? Come si può essere forti brandendo un bastone contro chi giace indifeso? Come si può essere sereni se la ferita inferta pesa sulla nostra coscienza come un macigno insostenibile?


L’amore che si dichiara razionale è un amore che muore ogni giorno! Inoltre, siamo noi che decidiamo di estirparlo, siamo noi che decidiamo di farla finita, provando quell'enorme dolore che sopiremo al prezzo di sopprimere quella voce interiore che parla attraverso la nostra anima. Quando crediamo di non amare più una persona, purtroppo l’amore resta là, sul fondo della nostra interiorità. Potranno passare mesi, anni, potremo credere di aver fatto la scelta migliore, ma abbiamo solo rinnegato la sostanza più pura che ci teneva veramente in vita, che non ci faceva semplicemente respirare; potranno passare mesi, anni, ma l’amore non potrà essere cancellato, perché l'amore è vivo contro la nostra volontà. Crederai, pertanto, che del tempo insieme sia rimasto soltanto un profondo affetto, così come gli antichi alchimisti credevano di poter trasformare il metallo più grezzo in oro.

Fuggi via dunque, fuggi lontano, perché la voce del dolore ti inseguirà ovunque. Fuggi finché il tuo cuore non smetta di sanguinare, perché solo allora si sarà trasformato in pietra, perché solo allora avrai ucciso la parte più bella di te. Tanti ti diranno che hai fatto la scelta giusta, che la maturità si raggiunge anche nel soffocare i propri sentimenti, che la volontà ti permetterà di scalare le montagne, che i giorni cicatrizzeranno ogni cosa… Peccato, però, non aver riconosciuto per tempo quel miracolo che ti poteva rendere diversa, rendere unica e non schiava del tuo egoismo, in un mondo dove vale principalmente il proprio io. Peccato non aver creduto che l'amore è vero solo se lotta per se stesso, perché vuole emergere sempre, nonostante tutto, perché ben presto l’avresti riscoperto più forte di prima, più forte di tutto quello che pensavi valesse di più. Purtroppo l’inganno più grande è nel credere di aver compiuto la scelta migliore quando l’essenza più profonda del tuo essere, quella che si chiama amore, muore calpestata da una fugace ombra di libertà.

lunedì 17 giugno 2013

CREDO

Un post sul cambiamento, nato così di getto...

Credo che le persone cambino! A volte così all'improvviso, altre volte non basta una vita, eppure cambiamo. Come il tempo scorre allo stesso modo noi ci trasformiamo. Può sopraggiungere un avvenimento che ci segna in modo indelebile, uno schiaffo violento che ci colpisce diritti in faccia senza dare il tempo per difenderci. Può accadere che un’idea, un pensiero, un dubbio ci corrodano piano, senza nemmeno che ce ne rendiamo conto; ma quando, poi, ci voltiamo indietro dopo anni, la nostra vita ha mutato visibilmente il proprio corso.

Credo nella forza del cambiamento. Essere fermi è come essere morti, non esiste niente in questo mondo che non muti d'aspetto. Cambiare significa crescere, maturare, realizzare quegli obiettivi che ci eravamo posti, inseguire quel sogno che per quanto lontano, sappiamo che un giorno lo afferreremo con entrambe le mani, o almeno così speriamo. Cambiare significa credere maggiormente in se stessi, nelle proprie forze, confrontarsi e dialogare col proprio io, col proprio passato, accettarsi per quello che si è, senza timore dei difetti che possiamo scoprire. Cambiare significa avere il coraggio di guardarsi nello specchio ogni mattina senza avere paura di vedere la nostra immagine riflessa.

Non esiste un periodo storico che, per quanto lungo, non abbia mutato il proprio corso attraverso una crisi profonda! Crisi di religioni, crisi politiche, crisi economiche hanno indotto l’uomo a dichiarare guerra contro altri popoli, se non addirittura contro se stesso. Ogni crisi diventa, così, sintomo della volontà di cambiare, di mutare il proprio destino. Con prepotenza la crisi nasce da un luogo nascosto nel profondo e viene a galla dapprima con circospezione, poi con sempre maggiore forza. Possiamo tentare di reprimere questa voce, però il "mondo" ci dice che questo è male! Non bisogna sopprimere i propri impulsi.

La moderna psicoanalisi, a ben guardare però, considera la repressione come un meccanismo di difesa del proprio organismo che entra in azione con modalità fuori dalla sfera della nostra coscienza. Ad esempio: di fronte a una situazione che genera un angoscia eccessiva il nostro io tende a difendersi. Se questi meccanismi “auto-difensivi” non diventano eccessivi, cioè non degenerano in forme di disturbi mentali, sono leciti, anzi ci aiutano ad adattarci alle varie situazioni di stress presenti nella quotidianeità.


In fin dei conti, è la vita che ci induce a cambiare. Noi possiamo scegliere da che parte girare agli incroci che si presentano dinnanzi, ma questi incroci sono tra loro concatenati. Ogni volta che scegliamo di girare a destra o a sinistra, ecco che in fondo alla strada si ripresenterà un nuovo incrocio. Se proviamo a tornare indietro, perché quella direzione non ci sembrava giusta, scopriamo che l’incrocio che avevamo lasciato adesso si è trasformato, così come cambiano le persone e le situazioni della vita. Voler rivivere fatti e avvenimenti passati e come voler afferrare qualcosa che non c’è più, che ormai è andata via per sempre. È come tornare in un luogo a distanza di anni.

Io credo, però, che di errori ne facciamo tanti quando decidiamo da che parte svoltare. A volte ci facciamo ingannare dall'aspetto delle cose, dall'amico che ci rende partecipe delle proprie riflessioni, dal mondo che ci spinge verso determinate mète o, addirittura, da noi stessi, quando i nostri desideri perdono il contatto con la realtà. Invece, noi dovremmo considerarsi unici e diventare quello che ci sentiamo di essere. Potremmo, così, trasformarci nel miracolo che cambia realmente la nostra vita. Ma come fare? Iniziando, innanzitutto, ad amare e a rispettare noi stessi e gli altri. Purtroppo, però, ci perdiamo in futili chiacchiere e ci giustifichiamo dicendo che siamo noi quelli “sbagliati”, ci lamentiamo, ci accolliamo pensieri e sofferenze che il mondo a stento può comprendere, tanto sono irreali!

Diverso non significa sbagliato! Senza voler eccessivamente semplificare il discorso, negli anni ho cercato di adottare uno stile di vita basato su un unico pensiero che, chiaramente, va preso con le dovuto attenzioni per non cadere in facili estremismi o semplificazioni, per essere riportato di volta in volta al vissuto concreto e indirizzare, così, il percorso di vita verso il "meglio" che si presentava. La perfezione non esiste nell'uomo, questo è certo, ma l'aspirazione a migliorarsi è insita in ognuno di noi! Ecco il pensiero: tutto quello che divide è male e, soprattutto, fa male; tutto quello che, invece, unisce è bene, quindi dettato dall'amore.

venerdì 3 maggio 2013

FAVOLA - parte prima

Questo post è differente dai precedenti perché si tratta del racconto di una favola, ma non come la intendiamo generalmente: è esposta, invece, “al contrario”, nel senso che il principe non arriva alla fine per salvare la principessa, ma entra in scena molto presto. Inoltre, è indispensabile il vostro apporto per completare il racconto, perché il finale, contenuto in uno dei prossimi post, terrà in considerazione i commenti che lascerete, quindi non abbiate timore di aggiungere il vostro.

C’era una volta…
una bellissima bambina, dai capelli nero carbone e dal viso chiarissimo, nata in un florido regno. Era la figlia del re e della regina e viveva in un enorme castello; vi erano più di cento stanze, alte torri difensive, un fossato tutt'intorno e un enorme ponte levatoio. La fortezza era posta su un’altura, e attraverso le merlature si distingueva il paesaggio circostante: i campi coltivati, le abitazioni dei contadini, i prati, un fiume che scorreva lento e un fittissimo bosco. In lontananza si scorgevano alte montagne rocciose, che d’inverno si coprivano del bianco candore della neve.

Per la piccola principessa il mondo fuori dalle mura era un luogo fatato. Osservava tutto con grande meraviglia e stupore. Cresceva felice e non le mancava nulla. Studiava ballo, sapeva cantare, si divertiva a suonare il piano e dipingeva all'aria aperta nelle stagioni calde. Col freddo preferiva, invece, passare lunghi pomeriggi nell'enorme biblioteca del castello, a leggere favole e avventure e a sognare storie d’amore. Aveva innumerevoli passioni e la regina seppe darle un’educazione così come si conviene a una persona del suo rango. Caratterialmente era sempre allegra, solare ma non riusciva a stare ferma per troppo tempo, incorrendo così nelle ire del re.

Come ogni anno, in un giorno di maggio, quando la natura cambia aspetto e si riveste di mille colori, al castello fu organizzato un grandioso spettacolo dove potevano esibirsi i migliori artisti provenienti da ogni parte del regno e anche da fuori. La principessa, ormai adolescente, rimase colpita da un giovane che suonava una ghironda. Era alto, snello, dai capelli castani e dagli occhi marroni, con la pelle chiara e un bellissimo sorriso. Si informò dal ciambellano e venne a sapere che era un principe di un reame confinante. Al ballo della stessa sera i due ragazzi si parlarono e, sulle scale del castello, quando non era ancora scoccata la mezzanotte, si diedero il primo bacio.

I due innamorati non riuscivano a vivere l’uno senza l’altra, cosicché il giovane principe prese dimora in un sontuoso palazzo poco distante, al confine del bosco. Trascorrevano le giornate cavalcando per il regno ed esplorando luoghi sempre più lontani; un giorno arrivarono su una spiaggia dove videro per la prima volta l'immensità dell'oceano. Un'altra volta, invece, salirono sulla sommità del monte più alto, dove vi era un bellissimo lago creato dall'acqua di una cascata. La maggior parte delle volte, però, ai due giovani bastava veramente poco per essere felici, anche solo sdraiarsi su un prato a fissare le nuvole o a contare le stelle della notte.

Passarono alcuni anni e l'amore crebbe insieme a loro. Iniziarono a parlare di una vita insieme, di una famiglia, del futuro, di quando sarebbero divenuti re e regina e avrebbero unito i due reami. Però, un brutto giorno il principe fu richiamato nel suo regno in quanto il re versava in gravi condizioni di salute. I due giovani iniziarono, allora, a scriversi: parlavano del loro amore, delle giornate che trascorrevano lente e dell’assenza che l’altro portava nelle proprie vite. La principessa, nel frattempo, soffrendo la solitudine, iniziò a uscire dal castello, travestendosi e cambiando di aspetto. L'aiutava cavalcare libera all'aria aperta per riscoprire tutti i luoghi condivisi con l’amato. Alcune guardie, però la riconobbero quando una sera rientrò al castello, bagnata fradicia per colpa di un improvviso temporale estivo. La voce iniziò a diffondersi, tanto che il re ordinò alla principessa di non varcare più le alte mura.


Poco tempo dopo arrivò nel regno un misterioso indovino, del quale si diceva che possedeva anche incredibili poteri magici. Si fermò a cenare in una locanda del paese, dove conversò con alcuni boscaiolo e contadini. Venne a conoscenza della bizzarra storia della principessa che, dopo la partenza dell’amato, cavalcava malinconica nella pianura fino al limitare del bosco. Pensò, allora, che chi fosse riuscito a conquistare la mano della ragazza sarebbe diventato il padrone di quel ricchissimo regno. Preparò, così, un espediente per tentare di farla uscire dal castello: diffuse la voce che avrebbe esaudito un unico desiderio in tutto il regno, destinato alla sola persona che, raccontandogli la storia della sua vita, lo avrebbe commosso.

L’indovino conosceva bene che la principessa aveva un unico punto debole: non era capace di provare gratitudine per gli avvenimenti importanti della sua vita; nel suo cuore, infatti, viveva un senso di insoddisfazione e di inquietudine. La ragazza venne ben presto a sapere della presenza di questo potente indovino, perché le notizie passavano rapide nel regno. Dopo aver riflettuto accuratamente, o almeno questo faceva credere a se stessa, una sera, durante il cambio della guardia, uscire dal castello nascosta in un mantello nero in groppa al suo cavallo. Corse veloce finché non giunse nel luogo dove risedeva l’indovino, che la stava aspettando.

La tenda era situata nel mezzo di una radura. Poco vicino vi era acceso un fuoco e delle fiaccole erano disseminate qua e là; non c’era nessuno nelle vicinanze. La principessa legò le briglie del cavallo ad un albero e si avvicinò all'ingresso facendo dei profondi respiri per vincere la paura. Quando entrò vide un luogo davvero sorprendente, luminosissimo con lampade d’oro, finissimi arazzi e tappeti sul pavimento; nel centro un tavolo con sopra una sfera di cristallo. Dietro c’era l’indovino che la guardò e le sorrise. La paura si trasformò in una sensazione di sicurezza e la giovane si accostò risoluta, sedendosi su un piccolo pouf rosso.

L’uomo prese la parola: «Ti stavo aspettando». La giovane, meravigliata, rispose: «Come può essere?». L’indovino, che fece finta di non aver sentito, continuò e le chiese di parlargli dei suoi sogni. La principessa disse allora: «Ho già in mente quale sarà il desiderio che voglio esprimere, quello di poter raggiungere la persona che amo»; ma l’indovino la interruppe bruscamente, ribadendo che voleva sapere dei suoi sogni non ancora realizzati. L’odore dell’incenso si fece penetrante e la giovani cominciò a parlare con più disinvoltura: raccontò di lei, del suo mondo, della sua adolescenza, del padre e della madre e della perenne insoddisfazione che provava, come se le mancasse qualcosa che forse non dipendeva dall'amore, o forse sì? Le ore trascorsero veloci e iniziò a sentirsi confusa mentre fuori albeggiava.

Al castello, intanto, un’ancella, che non aveva trovato la principessa nel suo letto, diede subito l’allarme. Il re inviò i suoi uomini più fidati in ogni parte del regno. L’indovino, allora, continuò: «Io posso esaudire il tuo desiderio; prima, però, mi devi dimostrare che questo desiderio valga più della tua vita attuale». La prese per mano e la condusse fuori dalla tenda. Non si trovavano più nella radura a poche miglia dal castello, ma su un sentiero montano dal quale si scorgeva un enorme e fastoso palazzo. Il paesaggio era davvero bello e la principessa era sicura di quello che stava facendo, adesso voleva andare fino in fondo. Ma più ascoltava la voce dell’indovino, che ormai si era impadronito di ogni suo pensiero, e più l'amore per il principe sembrava affievolirsi e diventare soltanto un ricordo, sempre più lontano...

GIORNI

Questo post riporta tre storie d’amori infelici, concluse in tragedia. Ogni storia d’amore segue la stessa parabola che il sole compie in un “giorno”: nasce all'alba, arriva allo zenit a mezzogiorno e tramonta poi al sorgere della notte. Così un “giorno” può durare ventiquattro ore oppure una vita intera.

Ci sono giorni in cui il tempo sembra fermarsi, in cui ogni cosa scorre via senza lasciare traccia, giorni in cui il sole sorge ma le mattine sono adombrate da nubi fitte e grigie. Ci sono giorni in cui il mondo appare sbiadito, percorso da un fremito che offusca gli occhi con lacrime appena accennate, come quelle piogge leggere degli inizi di settembre. Ci sono giorni, ancora, che per rabbia vorremmo cancellare o non aver mai vissuto, giorni in cui la vita assume il sapore del tempo trascorso, tempo felice o almeno tempo sereno. Dante, in proposito, fa pronunciare a un personaggio della Divina Commedia una frase che tutti noi abbiamo ascoltato almeno una volta, che nasconde una profonda verità soprattutto in alcuni periodi della vita; il personaggio è Francesca da Rimini e la frase è: “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”.

Il quinto canto dell’Inferno, forse uno dei più conosciuti, racconta la storia di due amanti, Paolo e Francesca, sorpresi dal marito di lei nonché fratello di lui, Gianciotto Malatesta, mentre si scambiavano un bacio. Per questo furono trucidati, colpevoli di tradimento. La loro storia si riflette nel racconto che in quel momento stavano leggendo: quello dell’amore tra Lancillotto e la regina Ginevra, moglie di Artù. Dante, commosso a sua volta nell'ascoltare l’esposizione dei fatti dalla voce della giovane, aggiunge che nemmeno la morte è riuscita a separarli tanto era grande e violenta la loro passione. Il poeta, implicitamente, fa richiamo a uno dei concetti cardini della teologia cristiana dell’epoca, quello secondo cui tutto l’amore che ciascuno dona all'altro tornerà indietro sempre e con la stessa forza, ma in tempi e forme diversi.

È un pensiero che mi è sempre appartenuto, quello di credere che l’amore ricevuto sia la conseguenza di quello che doniamo, così come avviene per un’immagine riflessa nello specchio. Chiaramente può accadere anche il contrario, che siamo noi a ricambiare il sentimento. Importante è il gioco di rifrazione che permette all'amore di crescere, almeno finché la superficie del vetro non viene segnata da un’incrinatura. Un’antica e famosissima leggenda racconta di un ragazzo bello e orgoglioso, di nome Narciso, che rifiutò l’amore della ninfa Eco. Nella versione latina, Nemesi, figlia di Oceano e di Notte, intervenne per punire il giovane: così, mentre era nel bosco, Narciso ebbe sete e si accovacciò per bere in una pozza ma, appena vide la sua immagine riflessa, si innamorò del ragazzo che in quel momento lo stava fissando. Solo dopo si accorse che era la sua immagine proiettato nell'acqua e, comprendendo che non avrebbe mai potuto essere ricambiato, si lasciò morire struggendosi inutilmente.

Amare se stessi, seguire il proprio ego, conduce la persona alla solitudine e alla meschinità. Amare oggetti, concetti o ideali, per quanto nobile sia, non incrementa nessuno scambio affettivo diretto, perché solo un uomo e una donna possono contraccambiare e fecondare la crescita del sentimento. Solitamente alla fine dei precedenti post ho lasciato spazio alla riflessione personale, incentrata sulle mie esperienze presenti o passate. Qui voglio, però, raccontarvi un’altra storia d’amore, questa volta meno conosciuta delle precedenti, una leggende che trae origine nel XIII secolo, quando la Spagna, governata dalla Corona di Aragona, cercò di porre fine alle invasioni mussulmane provenienti dal Nord Africa. Il racconto è ambientato in una cittadina dei Pirenei di nome Teruel, situata oggi a metà strada tra Madrid e Barcellona.


Viveva a quel tempo un giovane contadino, Juan de Marcilla, che si innamorò follemente della figlia di un ricco nobile, Isabel de Segura. Il padre, venuto a conoscenza del loro amore, contrastò questo sentimento a causa della povertà di lui. Ma Juan non si arrese e decise di partire dopo aver ottenuto una promessa: entro cinque anni sarebbe tornato con una ricchezza superiore a quella del padre di Isabel per essere degno di sposare l’amata, in caso contrario l’avrebbe lasciata andare. Sfidò la guerra e la morte, viaggio per tutta l’Europa lavorando incessantemente, e prima del tempo stabilito tornò carico di monete d’oro e di oggetti preziosi. Isabel, purtroppo, era già andata in sposa a un altro uomo, il potente signore di Albarracín, padrone di alcuni territori confinanti a Teruel.

Juan, non potendo accettare la situazione, si recò al palazzo per chiedere un ultimo bacio all'amata, ma Isabel si rifiutò, volendo restare fedele al vincolo matrimoniale. Lui, per il dolore, morì sul colpo. Durante i funerali, una giovane donna si avvicinò al feretro e lo baciò, era Isabel che, straziata dal rimorso, chiedeva perdono all'amato. Cadde anche lei a terra, senza più vita. Dopo qualche secolo, furono rinvenute le tombe dei due amanti, sepolti nella chiesa di San Pietro a Teruel. Un influente notaio dell’epoca, Yagüe de Salas, portò alla luce nello stesso istante un manoscritto che raccontava la storia di Juan e Isabel; si pensò, allora, di costruire un monumento funebre con le statue dei due giocani che si tenevano per mano, per ricordare al mondo intero il destino di un amore negato.

Ho voluto riportare queste tre storie, quella di Paolo e Francesca, quella di Narciso e quella di Juan e Isabel, non per mostrare come può essere crudele il destino degli amanti, che può indirizzare gli uomini verso l’infelicità o la morte, ma per riflettere sul fatto che le immagini riflesse nello specchio dell’amore non sempre hanno la possibilità di accrescersi in bellezza. L’amore romantico ci spinge a credere che questo sentimento è più grande della morte, è più forte del dolore o della sofferenza, è più potente della tristezza o della distanza, eppure è la stessa morte a segnare, in queste storie, una distanza non più colmabile, della quale resta soltanto il ricordo. L’amore diventa così distruzione, negando la sua essenza più profonda. L’amore non vive soltanto di passione o di istinto, ma di ciò che rende l’uomo o la donna possessori e costruttori della propria vita. Ci sono giorni in cui il tempo sembra fermarsi, quelli sono i giorni nei quali hai smarrito la tua strada, la destinazione ultima del tuo cuore. 

lunedì 15 aprile 2013

MOLTI PENSANO CHE...

Un post sul senso dell’amare…

Molti pensano che l’amore sia un "sentimento assoluto", un sentimento che non può mutare nel corso del tempo, al massimo può accrescersi traendo linfa da se stesso: nasce all'improvviso, quasi per gioco e come un fiume in piena travolge la tua vita. Trascinato dalla corrente, non puoi fare altro che lasciarti trasportare. Non c’è modo per sottrarsi ad esso, almeno così molti pensano. Ho sempre avuto una visione meno "romantica" per certi versi e diversa da questa, più vicina a quella proposta da alcune filosofie orientali. Anzi sarebbe più corretto ammettere che la mia visione sull'amore è cambiata nel corso degli anni, maturata anche con l’esperienza personale ed il confronto.

Se si parla di amore come un assoluto mi viene subito in mente che questo può sussistere solo se prodotto da un "essere assoluto", come il Dio dei cristiani e di qualunque altra religione che voglia innalzare l’uomo oltre la miseria di questo mondo. L’amore che proviamo, proprio perché è umano, soffre e si confronta col quotidiano, con i piccoli e grandi problemi della vita. Sono gli eventi e le azioni che compiamo a farci migliorare o a peggiorare su questo percorso. Pensava Agostino, filosofo cristiano del IV-V secolo, che il bene, e di conseguenza l’amore che ad esso appartiene, è la sola strada per la felicità; se non la percorriamo, la nostra vita non potrà arricchirsi, anzi tenderà ad immiserirsi e a diventare sempre più triste e vuota.

L’amore è vita vissuta, ma è anche vita da vivere! Dal giorno in cui nasciamo la nostra esistenza si orienta su questa strada: ci avete mai fatto caso che la sofferenza d’amore è considerata da molti peggiore di quella fisica? Quando si chiude una storia d'amore è come se si perdesse il mondo intero, sembra che la vita sia finita con esso. Cade ogni scopo, si smarrisce la mèta ultima. Qualche giorno fa mi hanno fatto questa domanda: «Per te cos'è l’amore?», e come un bambino che vede per la prima volta cadere dal cielo un fiocco di neve, sono rimasto in silenzio.


È stato difficile trovare una risposta e credo che non ne esista una soltanto, ma tante così come sono i periodi della vita di ognuno. Potrebbe sembrare sciocco e scontato, ma immagino l’amore come un giardino, il giardino della nostra interiorità. Lo semini, lo coltivi, lo abbellisci grazie solo alla presenza di un altro essere umano, perché in fondo l’amore è un sentimento che ha bisogno di due persone per considerarsi tale. È forse l'unico sentimento che, basato su una libera scelta iniziale, permette di avvicinare per sempre, o quasi, le anime di due individui estremamente differenti, senza interessi di natura egoistica. Di conseguenza, non puoi abbellire il tuo giardino da solo, hai bisogno che l’altro si prenda cura della tua anima e la coltivi in uno scambio reciproco, come in uno specchio. Allora pianti in un angolo dei garofani rossi o delle viole del pensiero, poco dopo vedrai l’altra persona venire a innaffiare quei semi.

Il primo germogliare è il momento più bello perché da un piccolo seme vedrai nascere una pianta. Successivamente semini altri fiori, un prato verde, decori le aiuole. Il lavoro, però, è solo all'inizio. I primi tempi sono anche il periodo più gratificante, il giardino si rinvigorisce e si colora di migliaia di tinte. Tuttavia, per vedere i primi alberi crescere ci vorranno degli anni. Ma la soddisfazione di potersi sedere in compagnia della persona amata sotto un tronco di faggio dalla folta chioma, nella calura estiva, al riparo dal sole, e di godere di questo stupendo paesaggio credo che sia una delle sensazioni più belle alle quali il cuore umano possa aspirare.

Attenzione, però, a non distrarsi. Basta una disattenzione ed ecco spuntare un'erbaccia; un’altra piccola disattenzione ed ecco che un fiore perde un petalo… Qualche foglia inizia ad ingiallire solo perché abbiamo girato la testa dall'altra parte. Ecco, allora, che una piccola insoddisfazione personale si trasforma in un prato secco, senz'acqua. Stranamente un grande giardino è più vulnerabile di un piccolo vivaio, perché ha bisogno di molta più pazienza e di molte più cure. Ecco, allora, che le erbacce si trasformano in grossi arbusti, i fiori appassiscono e gli alberi perdono le foglie, che ingialliscono il terreno dove si vanno a posare. Il fallimento peggiore credo che sia quello di vedere non solo il proprio giardino sfiorire e morire, ma soprattutto l'interiorità dell’altra persona, che consideravamo nostra compagna di vita, invasa e consumata dall'ansia, dalla tristezza e dalla rassegnazione.

Sembrerà assurdo, ma per strappare un’erbaccia ci vuole una grande forza interiore perché a volte le novità affascinano, altre volte non siamo capaci di comunicare i propri pensieri, anche i più semplici, all'altro, chiudendoci in noi stessi e nel nostro egoismo. È la fine dell'amore. Così come abbiamo imparato ad amara, ecco allora che impariamo a disamare. È una nostra libera scelta, fa parte della libertà umana ma, attenzione, non dell’amore, è un non voler credere più nel giardino che abbiamo costruito, che aveva reso così bella la nostra anima. Ci voltiamo e vediamo un paesaggio che non riconosciamo più, che non vogliamo riconoscere, anzi che non vorremmo mai aver visto.

Ecco, allora, che si profila un’idea, la più semplice forse, che consideriamo la soluzione al nostro problema: concentrarci unicamente su noi stessi, in modo da recuperare tutto quello che credevamo di aver perso. Se già una volta hai incominciato da zero, perché non puoi rifarlo? Purtroppo non è così semplice. Il nostro giardino non è più quel terreno fertile e privo di piante che era in principio; adesso è una terra arida e secca, piena di erbacce e alberi appassiti. Il paesaggio è desolante ed è inutile dare la colpa all'altro. Se c’era amore l’abbiamo estirpato con le nostre mani! Una volta bruciato tra le foglie ingiallite, come puoi credere che possa ripresentarsi? Se l’hai già distrutto una volta, come puoi credere di non ripetere gli stessi errori?

C’è un bellissimo racconto che si legge su internet, ma purtroppo non ho trovato il nome dell’autore. Lo riporto di seguito.

C'era una volta, un'isola sulla quale vivevano tutti i sentimenti e i valori degli uomini: c'era il Buon Umore, la Tristezza, il Sapere e c'era anche l'Amore. Un giorno venne annunciato che l'isola stava per sprofondare, allora ognuno preparò la sua barca per partire. Solo l'Amore volle aspettare fino all'ultimo, sapendo che da solo non avrebbe potuto affrontare il viaggio. Quando l'isola fu sul punto di sprofondare, l'Amore decise di chiedere aiuto. La Ricchezza gli passò vicino su una barca lussuosissima e l'Amore le chiese: «Ricchezza mi puoi portare con te?», ella rispose: «Non posso, c'è troppo oro e argento sulla mia barca e non ho posto». L'Amore allora decise di chiedere all'Orgoglio, che stava passando su un magnifico vascello: «Orgoglio, ti prego, mi puoi portare con te?», e l'Orgoglio rispose: «Non ti posso aiutare Amore, qui è tutto perfetto potresti rovinare la mia barca». Allora, l'Amore chiese alla Tristezza: «Tristezza, ti prego, lasciami venire con te!». «Oh! Amore», rispose la Tristezza, «sono così triste che ho bisogno di stare da sola». Anche il Buon Umore passò di fianco all'Amore ma era così contento che non sentì che lo stava chiamando. All'improvviso una voce disse: «Vieni Amore, ti prendo con me!», era un vecchio che aveva parlato. L'Amore si sentì così riconoscente e pieno di gioia che dimenticò di chiedere il nome al vecchio. Quando arrivarono sulla terra ferma, il vecchio se ne andò; l'Amore si rese conto di quanto gli dovesse e chiese al Sapere: «Sapere puoi dirmi chi mi ha aiutato?». «È stato il Tempo», rispose il sapere. «Il Tempo?», si interrogò l'Amore: «Perché mai il Tempo mi ha aiutato?». Il Sapere, pieno di saggezza, rispose: «Perché solo il Tempo è capace di comprendere quanto l'Amore sia importante nella vita».

Il racconto finisce con questa aggiunta: "Perciò continuate a credere e sognare nell'Amore, e se trovate la persona giusta, tenetevela stretta, non fatela scappare via perché a volte il vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato!”.

Per chi vuole vedere il video tratto da youtube, eccolo:


venerdì 12 aprile 2013

STELLE COMETE

Un post sul senso che imprimiamo alla nostra vita...

Dicono che siamo come stelle comete, stelle vaganti che nell'etere disegnano il loro tragitto, lungo o breve che sia. Dicono che siamo come stelle comete, stelle che non ricordano dove hanno avuto origine e non possono ancora sapere dove si andranno a spegnere, ma continuano senza sosta la loro corsa. Dicono che siamo come stelle comete, stelle che brillano incuranti della propria esistenza: si consumano lente ma non smettono di emettere luce. Dicono che siamo come stelle comete, fasci di luce nel cielo che viaggiano verso luoghi lontani e remoti; almeno così crede chi le osserva dalla Terra e sogna. Dicono che siamo come stelle comete, che non abbiamo la percezione del nostro essere ma siamo soltanto piccoli frammenti che percorrono la galassia lasciandosi alle spalle una scia di polvere splendente.

Le stelle comete sono principalmente composte da ghiaccio, lo sanno anche i bambini; sono della palle di neve sporca che una mano invisibile le ha lanciate a caso nell'universo. E quando passano vicino ad un’altra stella, una fissa però, come il Sole, iniziano a risplendere con più intensità, forse perché rosse d'invidia; si rivestono, allora, di una folta chioma e di una lunga coda lucente. Non di rado le stelle comete vengono confuse con le stelle cadenti, che sono ben altra cosa: mentre le stelle comete viaggiano solitarie nell'universo, le stelle cadenti sono frammenti di rocce che vengono a scontrarsi con l'orbita della Terra così che, nell'attrito con l’atmosfera, danno vita ad effimere quanto incredibili tracce di luce.

Racconta una leggenda che più di duemila anni fa, un re di nome Hormizd, sovrano della Persia, una notte d'autunno vide splendere nel cielo una stella più luminosa di tutte le altre. Lasciava una lunga scia ed era talmente bella che il re non riusciva a distogliere lo sguardo da essa. La fisso con maggiore attenzione e vide disegnato nella sua luce il volto di una bellissima e giovanissima donna sulla quale era poggiata, ad altezza della spalla, la testa di un bambino cinta da una corona regale. Il sovrano, allora, convocò tutti saggi del suo regno per consultarli: qualcuno disse che si trattava di una visione, quella era la donna che avrebbe preso in moglie e il bambino che poi sarebbe nato dalla loro unione; altri, invece, dissero che si trattava di un’antica profezia, la stella indicava la nascita di un bambino che sarebbe diventato un re potente, tanto da conquistare tutti i territori allora conosciuti, compresi quelli persiani, ed il re avrebbe dovuto cedergli il trono.


Hormizd, diffidente, mandò i messaggeri più veloci verso ogni destinazione per convocare tutti i sovrani che confinavano col suo regno, con i quali vigeva un rapporto di amicizia e di alleanza. Dal nord giunse Yazdgerd e dall’est giunse Peroz. Insieme decisero di mettersi in cammino per scoprire il luogo sul quale la stella si sarebbe posata. Il viaggio durò più di due anni, e si racconta che i tre monarchi non patirono mai la fame, la sete, la tristezza, né la solitudine o la stanchezza. Durante il tragitto pensarono, infatti, che quella stella possedesse dei poteri straordinari, poteri che andavano ben oltre ogni possibile comprensione umana. La stella li precedeva sul cammino e finalmente un giorno si fermò non, però, su un castello, nemmeno su un palazzo regale o su una abitazione, che per quanto piccola fosse almeno modesta e dignitosa.

Il viaggio si concluse in una fredda notte d’inverno, dove le stelle brillavano nel cielo e la luna non era ancora sorta. La stella cometa si andò a posare su una stalla, non molto lontana da un piccolo villaggio di pastori. Vi erano pochi animale, un uomo e una donna e un bambino appena nato deposto in una mangiatoia. Non c’era sfarzo né ricchezza, non c’erano servi né padroni, non c’era invidia né superbia, non c’era alcun dolore o sofferenza… C’era solo un amore grande che si rifletteva nello sguardo di quelle persone. Hormizd si rese conto di quanto fosse stata vana la sua vita, di quanto si fosse affanno a ricercare inutilmente il significato della felicità. Adesso, però, ogni sua ipotesi, ogni sua certezza veniva portata via come la sabbia che si alza sotto la spinta del vento di scirocco.

Dicono che siamo come stelle comete ma, a differenza di queste, possiamo decidere se seguire la nostra rotta naturale, quella intrapresa dalla nascita, oppure deviare lungo il tragitto. Dicono anche che la nostra rotta naturale ci rende veri, autentici, unici e la felicità è sintomo di questa condizione. In altre parole, le tracce della felicità ci permettono di comprendere a ritroso se percorrevamo davvero la nostra rotta naturale. Nel momento di sconforto e di debolezza, nel momento in cui ti senti dentro un grande vuoto e credi di aver smarrito la direzione, quando tutto ti appare buio e sfocato, abbi il coraggio di voltati indietro e di guardare gli attimi in cui sei stato felice. Individua quelle tracce, quei piccoli momenti in cui ti sei sentito contento e grato per quello che avevi. Allora stavi unendo i punti della tua vita.

Non ti resta che scoprire l'istante in cui hai deviato; analizzalo con serenità e coglierne lo spessore e le conseguenze. Spera solo che ci sia ancora una possibilità per rimediare, per ritornare sulla tua rotta naturale. Ormai si sta facendo notte e l’universo è immenso. Ci sono tante faville in cielo, ma chi è esperto di astronomia sa che alcune congiunture astrali difficilmente si possono ripresentare nel corso di una vita: il miracolo più sorprendente è quello di essere una stelle cometa che percorre un tragitto unico e personalissimo e che ha avuto la fortuna di poter intrecciare la sua rotta naturale con quella di un'altra stella cometa: in modo da essere tanto vicino da potersi abbracciare, in modo da essere tanto vicino da formare una scia soltanto.

mercoledì 10 aprile 2013

HO SOGNATO AMORE

A differenza del precedente, che era perlopiù un post sfogo, questo ha il sapore dell’indeterminatezza, così come lo possono essere i sogni.

Da alcune notti a questa parte ho difficoltà a prendere sonno. E come se non bastasse, nel cuore della notte mi sveglio di soprassalto e non riesco più a dormire. Però questa notte, dopo aver faticato a chiudere gli occhi, ho fatto un sognato, era davvero strano perché ho sognato Amore. Adesso mi chiederete: «Ma perché Amore con la “A” maiuscola? Forse è una persona? Oppure parli del sentimento con un rispetto tale da doverlo scrivere con la maiuscola?». Questo lo lascio decidere a voi, alla vostra fantasia, un sogno resta comunque un sogno, qualcosa di inafferrabile per quanto esplicito sia.

Amore era grande quanto il cielo e si estendeva oltre l’orizzonte, tanto era immenso. Aveva la capacità di diventare zefiro estivo, dolce e leggero, per trasportare chiunque lui volesse alla proprio dimora, uno sfarzoso castello sulla cima del monte più alto. Da lì si scorgeva tutta la terra: si vedevano gli uomini di ogni razza, la loro grandezza e la loro miseria, e tutto dipendeva soltanto dalla loro capacità di amare. Di amare innanzitutto se stessi, e poi le persone che gli stavano accanto: padri e madri, mogli e mariti, fratelli e figli, amici, conoscenti e tutti gli abitanti del proprio paese. Sembrerà strano, ma nei sogni è così: puoi credere a qualunque cosa, anche che la forza dell’Amore abbia la capacità di migliorare il mondo. Poi Amore mi chiese di varcare il portone della sua dimora per mostrarmi come la tenerezza, la dolcezza, la fiducia, il rispetto potessero assumere le sembianze del fuoco della passione che brucia e consuma ogni persona.

Allora Amore mi raccontò che molti anni prima, quando il mondo era diverso e gli uomini credevano ancora nel mistero e nelle forze soprannaturali, egli si innamorò di una bellissima ragazza, forse la più bella di tutte. Rimase, così, prigioniero del suo stesso sentimento e nel fuoco della passione furono travolti dai sensi. Poco tempo dopo nacque una figlia che prese il nome di Voluttà, ovvero quello che noi traduciamo anche col termine Piacere. Crebbe in bellezza e grazie, ma appena divenne adolescente fuggi lontano e non fece più ritorno. A questo punto Amore interruppe il racconto mentre una lacrima gli scendeva sul viso. «La forza irruenta del maestrale che annuncia l’inverno», riprese poco dopo, «scuote i corpi con un impeto sconosciuto prima di allora e li inebria di passione». Dopo un lungo sospiro, aggiunse: «Fai attenzione, tutto ciò che schiavizza l’uomo non è Amore. L’Amore rende liberi di essere. Ma come discernere il giusto dall'errato quando i nostri sensi sono offuscati dalla passione?». Quella lacrima gli si staccò dal viso e cadde sulla terra trasformandosi in un immenso oceano.

Amore divenne profondo come il mare, tanto che non si riusciva a scorgere il fondale. Si voltò verso di me e mi disse ancora: «L’Amore è ciò che fa grande gli uomini e li unisce in un comune destino, come gocce d’acqua. Per quanto si sforzi, per quanto si cerchi di risalire la corrente, alla fine ogni goccia torna sempre nel mare». Mi raccontò allora una storia: «In questi luoghi, tantissimi anni addietro, viveva un ragazzo dall'aspetto normalissimo ma dall'animo più profondo del mare. Non c’era giorno che non veniva su questi scogli per guardare l’orizzonte e sognare paesi lontani. Un giorno passò di qua una fanciulla che si impresse nel suo cuore. Una fanciulla anch'essa normalissima, dal viso bianco-latte e dai capelli scuri come la pece. Il ragazzo si accorse subito del sentimento che provava, tanto che il giorno seguente, come i successivi, si recava sugli scogli non più per guardare l’orizzonte e sognare paesi lontani ma per aspettare che la ragazza passasse di lì.


La sua anima iniziò, così, a bruciare ed ebbe paura che quel fuoco l’avrebbe ben presto consumato. Non vedeva più l’orizzonte, non vedeva più il mare, non vedeva più il bosco, non sentiva l’odore dei fiori o il canto degli uccelli. Tutto era diventato scuro e misero. Avrebbe preferito morire piuttosto che rinunciare a quella fanciulla. Voleva fermarla, ma aveva paura che il suo cuore non avrebbe retto ad un suo rifiuto. Un giorno, però, fu la fanciulla ad accostarsi a lui, forse attratta dall'Amore  Non c’era finzione nel sentimento che provarono, non c’era alcuna colpa, ed io, Amore, gli strinsi tra le mie braccia. Un solo bacio trasformò il loro mondo, tutto divenne nuovo e splendido, e tutto si arrese al linguaggio dell’Amore: il sole sorse all'orizzonte, il mare divenne di un blu intenso e arrivò la primavera nei boschi. Il ragazzo aveva amato e amando aveva ritrovato se stesso”. Amore, voltandosi, per la prima volta mi guardò negli occhi e aggiunse: «Troppi amano per ingannare se stessi e per perdersi».

Un lampo squarciò il cielo e la pioggia iniziò a cadere per ritornare al mare. L’odore acre della terra si alzò nell'aria  Ricambiai lo sguardo e gli dissi: «Ho sognato Amore, un Amore robusto come la roccia ma friabile come la terra, che sapesse resistere alla tempesta e al peso degli anni, ma che allo stesso tempo sapesse restare giovane e fertile». Allora Amore mi interruppe: «La rosa è il più bello tra tutti i fiori che esistono in natura. Basta guardarla per restarne affascinato. Devi però aspettare la primavera inoltrata per vederla sbocciare e se provi a coglierla, ecco allora che una spina si conficca nella mano e ti punge. Guarda invece la quercia, alta, possente, non sboccia in un sol giorno ma non appassisce neanche al termine della stagione. Resta ferma e sicura di fronte alle intemperie e al più freddo degli inverni; le foglie cambiano colore, diventano di un rosso scarlatto, ma cadono solo in prossimità del germogliare delle nuove. Ogni Amore è fatto così: se ha radici profonde può cresce e resistere a qualunque tipo di gelata e durare negli anni, se, invece, è solo un desiderio o una passione, non potrà che persistere il tempo di un’estate per poi appassire al primo freddo».

Distolsi lo sguardo, mentre una lacrima solcava questa volta il mio viso. Ripresi dicendo: «Ho sognato Amore, un Amore che sapesse esser come un fuoco che divampa e che, nel bruciare, trovi la forza per rinnovare se stesso. Perché solo se si è disposti a donare con convinzione il proprio cuore, ad intrecciare in modo indissolubile la propria vita con quella dell’altro, perdendosi nello sguardo dell’altro, si può amare in profondità e senza finzione. Un Amore che nel momento più buio sappia aprirsi con maggiore forza e coraggio all'altro per lasciarsi scaldare, per chiedere aiuto, per spazzare via quanto possa impedire alla fiamma di spegnersi. Amore è vedersi bambini nello sguardo consumato di due persone adulte. Amore è tenersi per mano percorrendo una strada isolata nel cuore della notte. Amore è saper crescere e cambiare per poi voltarsi indietro ed aspettare l’altro che ci raggiunga. Perché cambiare senza amare è solo una fuga da se stessi, perché cambiare senza amare è mentire a se stessi e agli altri. Amore è perdersi avendo la certezza che l’altro verrà a cercarci. Amore è…».

Amore per la seconda volta mi interruppe dicendo: «Fai attenzione che la forza dell’Amore non si esaurisca. Non rinnegarlo mai, altrimenti con la stessa energia che hai amato, in egual modo verrà da te a reclamare il dovuto, anche a distanza di tempo». Mi sono svegliato di soprassalto, senza poter finire di ascoltare la risposta, ma forse è stato meglio così, forse sarebbero state solo parole inutili... In fondo ero solo io a sognare…

COME PUÒ CAMBIARE L'ASPETTO DELLE COSE

Già vi anticipo che quello che segue è un post di sfogo. Il mondo troppe volte ci mette in una condizioni di disagio e di sofferenza e allora non resta che cercare un perché a tutto questo. Ma non sempre nella vita c'è una risposta soddisfacente... O almeno nell'immediato non sembra esserci.

Come può cambiare l’aspetto delle cose, che siano fatte di plastica o di emozioni, che siano di vetro o di ferro, che siano di sentimenti o di impulsi, che sia un paesaggio montano o una veduta marina, una piazza affollata in autunno o una strada deserta nella calura estiva, come può cambiare l’aspetto delle cose a seconda dell’angolazione con la quale le guardi. Immagina una città a Capodanno, da poco è scoccata la mezzanotte e ti trovi immerso tra le tante persone che festeggiano l’avvenimento, che si agitano felici; sei pervaso per empatia dall'euforia generale. Pensi che la gioia di una singola notte possa cancellare le delusioni dell'anno appena trascorso? Oppure possa renderlo migliore? Eppure sembra proprio così! Sembra che nel frastuono e nell'eccitazione generale tutti vogliano prendere parte al "nuovo" e abbandonare il "vecchio".

Prova ad immaginare di guardare la scena dall'alto di un palazzo; sei affacciato alla finestra di una grande piazze, la piazza principale della tua città. Non c’è nessuno a trasmetterti quella sensazione di allegria che sembra pervadere ogni persona. Vedi gente che si ammassa, si spintona, strilla senza un motivo apparente… Torni in casa, chiudi la finestra e quella notte diventa tutt'altro: un momento per tirare le somme dell’anno appena concluso. Nel cuore dell’uomo c’è sempre un senso di insoddisfazione, di inquietudine che può placarsi per alcuni momenti, per alcune ore, anche per diversi giorni se la tua vita procede nel verso giusto, se sei felice e non pensi alla tristezza, se sei sereno e non ti preoccupi della tempesta che da un momento all'altro può abbattersi, senza preavviso alcuno.

Così scivola tutto via. Un lavoro che ti dava sicurezza, un’amicizia che credevi indissolubile, oppure un amore radicato negli anni, come un fulmine a ciel sereno che colpisce un albero e lo incenerisce. Ma forse non è solo un gioco del destino; forse avresti dovuto guardare con più attenzione ai segnali che la realtà celava. Nel bene e nel male il cambiamento è percepibili con anticipo. A volte basta voltarsi indietro e guardare lontano, altre volte il tempo è più esiguo, così breve che non ci viene offerta neanche l'opportunità di organizzare una difesa. E resti lì immobile, sembra che ti sia stata strappata via l’anima dal petto. Non riesci a respirare e sembra che neanche il dolore voglia aiutarti a dare un senso a quello che stai vivendo.

A questo punto inizi a ricordare. I tuoi pensieri percorrono da principio tutto quello che hai perduto. Attimo dopo attimo, sorriso dopo sorriso e pianto dopo pianto. Tutto quello che ti ha reso felice, specialmente le piccole cose. Ritenevi che ogni singolo gesto compiuto per amore fosse scritto a fuoco sulle ali dell’eternità e potesse tornate a te nel momento più oscuro, per afferrarti e portarti in alto. Invece accade il contrario: proprio ciò che ti avrebbe dovuto salvare ti trascina a fondo, via con sé. Cerchi di bloccare questo meccanismo, ma non c’è niente che ti possa aiutare. Ormai sei schiavo degli altri, se schiavo di te stesso.

Non resta che fare i conti con la propria vita, tirarne le somme. Perché una sola trave che vacilla può far crollare un’intera casa. Capisci allora che un sol pensiero, un sol gesto, anche solo un piccolissimo dubbio che si era insinuato nell'anima può corroderla fin nel profondo, senza nemmeno che te ne renda conto; e qui non c’è possibilità di essere giusti o sbagliati. Basta una parola di un amico, di una persona che ritieni cara, o anche solo quella di uno sconosciuto, è così il dubbio è entrato in te. Se non hai la forza per combattere, questo distruggerà sia te che il mondo intorno. Com'è facile per una sensazione fisica o un pensiero cancellare un amore di anni. Com'è facile credere di intraprendere la scelta migliore calpestando quello che fino a poco tempo prima ritenevi quanto di più sacro la vita ti avesse donato. Non ci sono scelte giuste o sbagliate se a dettarle non è la verità insita nel tuo cuore.

Puoi essere Hitler che, seguendo la sua “voce interiore”, attuò lo sterminio di migliaia di persone indifese, abbandonate alla più arida crudeltà per un "bene superiore"; puoi essere Madre Teresa che, seguendo la sua “voce interiore”, si batté per costruire una casa dove le persone affette da malattie terminali potessero passare a miglior vita con dignità, circondate dall'amore e secondo i riti della propria fede, senza discriminazione alcuna. Da questo insegnamento ho imparato una sola cosa: a bypassare l’esperienza per risalire alla volontà che era all'inizio di una qualunque azione o di un qualunque sentimento. L’aspetto che rende liberi, se ci può essere libertà in questo mondo, non è quello di seguire le proprie sensazioni o i propri desideri, che siano dettati dal corpo o dall'anima, ma continuare a costruire la strada intrapresa, nonostante tutto.



Ci sono momenti in cui smarriamo il cammino della vita. Ogni pellegrino deve passare nel deserto prima o poi. La soluzione più semplice sarebbe fermarsi in un’oasi: lì c’è acqua in abbondanza, cibo, riparo dalla calura, compagnia, riposo, nonché un paesaggio notturno di una bellezza indefinibile. Migliaia di stelle che brillano nell'oscurità sembrano metterti in contatto col divino e col resto del mondo. L’ambiente ti affascina, ti desidera, ti invita a restare, a trattenere il tuo cammino. La tua bussola però continua ad indicare la direzione da seguire; una voce, al contrario, ti dice di sostare lì, di godere di ciò che puoi ottenere, perché in quel luogo c’è un piacere sconosciuto: un mondo fuori dalle regole dove puoi essere quello che vuoi; nessuno conosce il tuo passato, nessuno conosce realmente chi tu sia. Fermarti lì, però, significa scollarsi da dosso la tua esistenza e con essa quanto di buono e di vero c’è stato fino a quel momento; tutto quello che ti ha portato ad essere quello che sei.

Sembra facile scrollarsi da dosso il peso degli anni. La sensazione di libertà che ti aspetta ti affascina ulteriormente, sei disposto a sacrificare qualunque cosa per quella persona che col sorriso sulle labbra è pronta ad ascoltare la tua storia, le tue ansie e compartecipare alle tue sensazione. Ti fa sedere nella tenda, ti libera dagli abiti, ti mette a tuo agio, ti rinfresca con acqua pulita, ti ascolta con attenzione. Pensi di aver trovato un posto dove poter vivere per lungo tempo. Ebbene, può passare un anno, possono passarne due, anche cinque o dieci, ma ben presto ti accorgerai che non c’è felicità senza costruzione, che non c’è verità senza sofferenza, che non c’è libertà senza legami autentici. Ciò che si insinua strisciando, se non è schiacciato per tempo, è destinato a corrompere tutto, anche se all'inizio è un sibilo affascinante.

Ti ritrovi, così, prigioniero dentro una piccola scatola, lontano dal mondo, con i ricordi più cari a rammentarti che la tua vita era ben altra cosa. Che nel momento della difficoltà non hai saputo lottare in ciò che poco tempo prima ti era parso giusto e che, giunto nell'oasi, avevi rinnegato e considerato come il tuo fallimento più grande. Il bene non cambia, è la prospettiva del mondo che può ingannarci. La prospettiva è la tua libertà di scegliere che cosa fare della tua vita e del mondo. C’è chi decide di compiere sempre il bene, c'è chi insegue i propri istinti e i proprio desideri, tuttavia i più vacillano tra queste due strade, e tra questi ci sono anch'io. C’è forse bisogno di una vita per imparare a restare in equilibrio? Forse una vita sola non basta. La lotta è impari, questo lo so. Ma so anche che se la bussola continua a mostrare il nord, se non ci fermiamo per troppo tempo in uno stesso luogo, se continuiamo a percorrere il deserto, prima o poi quello che ci aspetta sarà incredibilmente superiore a quello che abbiamo lasciato attraversando la sabbia.

Questo è ciò in cui credo, perché l’ho provato io stesso: la resistenza e la perseveranza piegano ogni cosa, anche quando tutto appare scuro e non riusciamo a scorgere l’alba. Più grande è la forza e il coraggio di strapparci da questa condizione e più grande sarà la nostra vittoria. Purtroppo, o meglio per fortuna non possiamo intraprendere un qualsiasi percorso senza considerare le persone che camminano al nostro fianco. I sentimenti e le aspirazioni individuali possono trarci in inganno, il valore di chi ci sta attorno, essendo fuori di noi, è giudicabile con più serenità, soprattutto prendendo in considerazione i suoi atteggiamenti: colui che non ci rispetta entra subdolamente nella nostra vita e, così com'è entrato e ha carpito la nostra fiducia, ben presto ci rivolterà l’inganno. Chi ci ama e cammina al nostro fianco, è roccia su cui costruire il nostro futuro.

I sentimenti non scompaiono nel tempo, anzi si rafforzano anche mutando di aspetto, sta a noi viverli con la giusta angolazione. È una nostra scelta, ma se decidiamo di restare in fondo ad un burrone potremo mai vedere l’orizzonte? Inoltre, chi è sul fondo ha realmente la forza di scalare quelle pareti impervie? O è più facile illudersi scaricando sugli altri la colpa delle proprie mancanze? C’è sempre la possibilità di chiedere una mano a chi si trova più in alto di noi, ma mai a chi è più in basso, altrimenti ci tirerà giù con sé. Se non soffri per costruire un amore fatto di tenerezza e di fiducia, di speranza e di condivisione, resterai per sempre prigioniero nell'abisso di un burrone e non potrai mai ammirare lo straordinario paesaggio che ti attende sulla vetta della tua vita. 

venerdì 22 febbraio 2013

SOLCHI DI RUGIADA

Questo post si differenzia dai precedenti perché finalmente ho deciso di pubblicare una mia poesia, scritta così di getto, quasi per gioco, ma che esprime quella sorprendente capacità insita nella donna di trasformare la sofferenza e il dolore in fattori di rinascita. Spero vi piaccia!


La terra cinta dall'immensa notte
tenue risplende d’una luce chiara,
sola, svestita, silenziosa dorme,
sotto un manto di flebili stelle.

Corpo di donna vuoto e leggero
vegli sospiri d’immagini vane,
fremiti lievi, eclissate ombre,
afflitte membra d’intatta bellezza.

Di mille anni in un solo giorno
racchiudi in te la storia del mondo,
nebbie trafitte d'una bianca luna
come d'argento sul pallido viso.

Prodigio antico, forse remoto,
sommessi singulti in riversate
lacrime, misteriosa è la vita
che rinasce su solchi di rugiada.

Daniele Gogliettino

domenica 13 gennaio 2013

OMBRE

Ecco il primo post dell’anno. Una riflessione che nasce sul pensiero di quanto si è appena concluso e di quanto facciamo poco per cambiare le nostre vite…

Avete mai passeggiato nel chiostro di una vecchia abbazia all’alba, fra le colonne di un porticato e il pavimenti in cotto, quando il sole si staglia basso all’orizzonte? Nel silenzio di quest’edificio, dalle mura alte e chiare e dalla lunga storia, si vengono a creare giochi di luci e ombre davvero sorprendenti, che portano l’uomo a dirigere lo sguardo verso il cielo e a riflettere sulla creazione e sull’infinito. Oppure avete mai visitato l’antico antro della Sibilla a Cuma, vicino Napoli. La leggenda narra che la vergine, dotata di virtù profetiche, percorreva questo corridoio costruito nel tufo, situato sotto il tempio di Apollo, per raggiungere la sala dedicata al dio, dove era posta una cisterna. Non appena la Sibilla immergeva le mani, ecco la voce del nume narrarle di avvenimenti futuri, riguardanti il destino mondo, storie che poi sarebbero state annotate su alcuni libri, divenuti celebri nel tempo. L’antro, orientato verso sud, presenta delle aperture sul lato che affaccia sul mare, le quali, illuminate dal sole, creano un’alternanza di luci ed ombre così forte da impressionare il visitatore.

Quasi certamente vi sarà capitato di passeggiare in riva al mare in un pomeriggio di fine estate quando l’acqua scintilla colpita dai raggi del sole. Ecco balenare la percezione del tempo che cambia, di una stagione della nostra vita che ben presto volgerà al termine e lascerà soltanto un gradevole ricordo. Da bambino, seduto sulla sabbia, mi piaceva osservare le ombre delle persone che passavano. Ombre che variavano di lunghezza e intensità a seconda della posizione assunta dal sole nel cielo. Al tramonto erano lunghissime… Allora cominciavo a fantasticare e immaginavo spiagge abitate da giganti altissimi e magrissimi, che si muovevano lenti, come quei Ciclopi disegnati sui vasi antichi. La mia mente volava verso luoghi sconfinati, su navi che solcavano oceani in cerca di fortuna, finché non si faceva ora di tornare a casa.


In geometria, per dare corposità e profondità a una rappresentazione grafica, si ricorre alla “teoria delle ombre”. Questa permette, conoscendo la collocazione della sorgente luminosa, la sostanza di cui è fatto il solido, la superficie sulla quale si forma l’ombra e la tonalità di quest’ultima, di riprodurre abbastanza fedelmente le zone scure che si creano intorno agli oggetti disegnati. Ad esempio, vogliamo raffigurare un campanile di una chiesa o di una grande piazza con in cima un orologio, ecco che dopo aver tratteggiato lo schizzo dobbiamo scegliere dove posizionare la fonte di luce e calcolare le zone d’ombra che si verranno a creare. Il disegno acquista, così, una nuova sensazione di spazialità e il tutto sembra più vicino al reale. Purtroppo, ci sono ombre che non possono essere descritte con tanta facilità: ombre che appartengono al nostro passato e che, silenziose, ci riportano in luoghi e situazioni legati a ricordi tristi o malinconici.

Ognuno ha le proprio ombre nascoste nel profondo dell'anima. Ombre terrificanti che ci imprigionano, ombre lontane che a stento ci parlano, ma la loro voce è come un sibilo continuo portato dal vento. Le caratteristiche di queste ombre possono variare per dimensioni, intensità e lunghezza, come quelle descritte in geometria. Se l’avvenimento è vicino nel tempo, l’ombra è di un nero intenso ma di piccole dimensioni; se, al contrario, l’evento è lontano, l’ombra è lunga e chiara. Cambia anche l’effetto che queste hanno su ciascuno di noi. Tuttavia, se ci voltiamo e seguiamo la scia, possiamo leggere in trasparenza la nostra vita, di come è stata modificata negli anni a volte in modo quasi impercettibile.

Le ombre non sono solo negative, hanno anche il merito di dare maggior risalto ai momenti di luce, e creano quella dualità capace di dare corposità e profondità alla nostra esistenza. Del resto, è sempre un sole a creare le ombre; è sempre un amore a renderci fragili proprio nel momento in cui tendiamo la mano verso il cielo. Ma come possiamo calcolare l’altezza del nostro volo se non guardiamo la terra sotto di noi? Ecco che la nostra ombra diventa più piccola man mano che saliamo. Succede a tutti, però, di provare una sensazione di vertigine quando ci si sporge da un’altura, ci sentiamo attratti nel vuoto e allora ci irrigidiamo. A questo punto dobbiamo scegliere: o levare un piede per compiere il passo verso l’ignoto, oppure voltarci e tornare indietro. La sensazione più brutta è quando queste ombre ci legano a noi stessi e ci imprigionano in ansie e fobie. Senza un atto di coraggio non potremo mai liberarci e trasformare le ombre in segnali scuri, segnali di direzione verso il nostro est, lì dove sorge il sole, lì dove la nostra vita ha più valore.